Bollettino d'Ateneo UNICT - "Una forza di vita", presentato ai Benedettini il volume di Laura Salafia.

L'intervento completo della direttrice del DISUM

MARINA PAINO

Ho conosciuto Laura qualche tempo fa. Aveva intenzione di sostenere l’esame della mia disciplina e andai a trovarla nella sua casa del centro storico. Mi predisposi a quella visita come ad un evento eccezionale, con la stessa emozione che nel libro di Laura dichiarano in più circostanze i giornalisti chiamati ad intervistarla. Ma incontrarla non fu affatto un avvenimento fuori dall’ordinario, perché Laura fa subito sentire a casa e a proprio agio chi va a trovarla. Quella con lei fu infatti un’amabile chiacchierata da salotto pomeridiano, con tanto di gelato offerto da mamma Enza. E confesso che quel gelato io non avrei potuto accettarlo per una mia intolleranza alimentare, ma in quell’occasione lo mangiai, volli mangiarlo, e non per formalismo, ma proprio per una voglia di condivisione di quel momento conviviale che – ripeto – sapeva di quotidianità e non di eccezionalità.

La Laura che ho conosciuto quel pomeriggio è la Laura di questo libro, la Laura che è qui stasera. Una Laura che vive la sua eccezionalità con normalità, secondo una prerogativa ‘meravigliosa’ che è propria delle fiabe, nelle quali anche ciò che è fuori dall’ordinario viene percepito come naturale. Nella postfazione del libro, suor Cecilia la definisce del resto una fata, la fata delle farfalle; e, si sa, le fate appartengono innanzitutto alle fiabe. 

Questo è insieme il libro di Laura e un libro su Laura, un libro deliberatamente concepito a più voci, secondo uno schema di condivisione dell’esperienza, di vicinanza affettiva che Laura individua costantemente come una delle grandi risorse che regalano voglia di vita: “Desidero la solidarietà di tutti”, dice non a caso in una pagina del libro. Il volume è infatti diviso in due parti: la prima, in cui a parlare è la voce di Laura, che risuona dalle righe dei suoi articoli apparsi dopo l’incidente su “La Sicilia”; la seconda, in cui sono le voci dei giornalisti del quotidiano che parlano di lei e della sua storia: Laura è dunque in questo libro soggetto e oggetto del ‘racconto’, e sottolineo volutamente la parola ‘racconto’ perché – è una delle caratteristiche di queste pagine – tutti i pezzi qui raccolti hanno un chiaro passo narrativo, raccontano piccole storie, quasi sempre forti e dolorose, ma mai prive di un guizzo di speranza.

Il titolo stesso del libro (“Una forza di vita”) è semanticamente concepito all’insegna della speranza che lo attraversa e lo caratterizza; ma dice in realtà qualcosa di importante sullo spirito che lega insieme tutti questi scritti anche l’epigrafe posta ad apertura, che enuncia come esista un’altra realtà oltre quella dei giornali, ovvero “la realtà del ciclamino rosso-rosa e del grande orizzonte”. E si tratta di un’epigrafe assai indicativa perché il grande orizzonte di questo libro è tramato tanto dalla forza di impatto del rosso (il rosso del sangue, della violenza, ma anche dell’amore) e dalla delicatezza del colore rosa.

Ha senz’altro la delicatezza del rosa l’avvio del racconto con i brevi cenni autobiografici sulla ‘vita di prima’ (o, forse, meglio: sulla ‘prima vita’ di Laura), prima dell’incidente – come lo definisce lei – che segna col rosso della barbarie l’inizio dell’altra vita, la sua seconda vita, diversa dalla precedente, ma profonda e intensa. La chiusa di questa premessa è fortemente scandita da due parole poste ad ideale suggello: fame e fede, fame di vita e fede incrollabile nella possibilità che la vita continui e sia degna di essere vissuta.

Il primo brano, uscito sul giornale ad un anno esatto dall’incidente, reca un titolo perfettamente in linea col pensiero-guida di questi scritti; si intitola “Segni di speranza” ed ha un inizio che vale la pena rileggere: “Fortunatamente ho constatato che a Catania, città che amo e in cui ho deciso di vivere, ci sono ancora persone sensibili e solidali, che non accettano e, anzi, condannano tragedie come quella che disgraziatamente è capitata a me”. Gli articoli di Laura si aprono dunque sull’avverbio “fortunatamente”, con una scelta lessicale felicemente paradossale ma semanticamente assai significativa che, nella nostra letteratura del 900 era stata già del Primo Levi di “Se questo è un uomo”, che sulle parole “Per mia fortuna” avvia il racconto di un’altra, diversa, ma ugualmente sofferta e dolorosa prigionia e sospensione dalla vita di tutti. In entrambi i casi, ad emergere è l’inseguimento di una prospettiva positiva pur in una condizione di apparente interdizione alla speranza.

Tutti gli articoli di Laura insistono su questo motivo. Il primo personaggio di rilievo che compare nei suoi ‘racconti’ è Keita Abdoullaye, un giocatore originario del Mali, arrivato al Centro di accoglienza di Mineo dopo il consueto e tristemente noto calvario attraverso la Libia e il Mediterraneo, e costretto in sedia a rotelle dopo un episodio di violenza in cui era stato incolpevolmente coinvolto. Laura narra della partecipazione di lui, musulmano, ad un’adorazione eucaristica e del conseguente attaccamento ad una coroncina di rosario regalatagli. Torna a fare capolino in questa prima ‘storia’ raccontata il motivo della fede, mentre si affaccia nel libro il filo rosso dell’attenzione agli extracomunitari espatriati, in qualche modo espatriati dalla vita (ma con tanta fame di vita), riconosciuti da Laura come fratelli ideali: fa parte di questa ‘famiglia’ anche Samia Yusuf Omar, atleta somala delle Olimpiadi di Pechino del 2008, trovata morta in una barca che aveva tentato la traversata fino a Lampedusa; e ne fanno parte i tanti ‘senza nome’ dell’articolo “Eritrei e Somali in fuga” alle cui sorti Laura rivolge il proprio sguardo e la propria penna.

Sono tutti esponenti di un’umanità bisognosa di aiuto, esattamente come la Laura costretta a dipendere dagli altri e che, tuttavia, non rinuncia mai a cercare di dedicarsi alle sofferenze dei più deboli, in uno scambio profondo e mai utilitaristico di dare e avere, segnato sempre da una generosa gratuità. La Laura che si racconta è infatti una Laura che continuamente dà e riceve, dai tanti amici vecchi e nuovi, grandi e soprattutto piccini, come a voler recuperare nel rapporto con i bambini parte di quella esperienza come maestra, vissuta nella sua vita precedente.

La sua narrazione, di pagina in pagina, si popola di personaggi, tutti veri e reali, alcuni oggi presenti in questa sala e nella quotidianità di Laura, altri assenti, magari lontani, come ad esempio l’ergastolano pluriomicida che Laura ha letteralmente salvato a distanza e avviato ad un percorso di riabilitazione autentica. Il libro racconta di questa nuova vita dell’autrice, una vita indubbiamente difficile ma ricca di sentimenti, rapporti, amicizie ed eventi, tra i quali il sospirato ritorno a Catania dopo il lungo ricovero ad Imola, la visita al Santuario della Madonna delle lacrime, la gita con alcuni piccoli amici ad Acicastello e Acitrezza, l'incontro con Papa Francesco.

L’incontro col Pontefice e l’incidente sembrano porsi come i due estremi di questo libro e della narrazione di Laura che, significativamente, torna a raccontarli in più di un passaggio, quasi a volerne sottolineare il ruolo di avvenimenti cruciali.

Due intensi articoli seguono il brano dedicato alla visita papale, prima della chiusura della sezione firmata da Laura: una riflessione sul buio e la luce, sulla dimensione notturna, popolata da fantasmi, e la dimensione diurna in cui questi scompaiono, allontanati dalla consapevolezza di doversi fare forza (“una forza di vita”, come recita il titolo del libro) anche per gli altri, e dal rispetto stesso della vita, gettata ad esempio al vento da due ragazze suicide mancate e ora prigioniere come Laura di una sedia a rotelle. Sue sorelle, come fratello le è il piccolo Charlie dell’ultimo dei suoi articoli raccolti, il bimbo inglese destinato a non vivere perché nato in un corpo sbagliato.

Il libro non racconta dunque solo la storia di Laura, ma racconta parimenti di un suo impegno civile sentito e profondo, sempre mediato da una lente speciale e di rara umanità.

Anche noi siamo qui oggi per una forma di testimonianza, che è, insieme, affettiva e di umana condivisione di un difficile percorso, ma è, e vuole essere, anche una testimonianza civile, a fianco di Laura, contro la barbarie di una società tutt’altro che civile della quale è stata vittima. In tal senso, tra i tanti articoli dei giornalisti del nostro quotidiano che ricostruiscono la vicenda di Laura nella seconda parte del libro, è il caso di ricordare quello a firma di Carmen Greco, dedicato allo studente che con la sua coraggiosa e pronta testimonianza ha allora permesso di arrestare il delinquente responsabile della sparatoria di quella mattina; quel nostro allievo si è fortunatamente dimostrato assai diverso dagli anziani abitanti della piazza che all’indomani dell’accaduto dichiaravano candidamente alle televisioni locali di non aver visto e sentito niente. La Sicilia che noi, insieme a Laura, vogliamo è la Sicilia di quel ragazzo, una Sicilia responsabile e coraggiosa che Laura stessa incarna pienamente e di questo la ringraziamo.

La ringraziamo della sua forza, della sua speranza, del suo straordinario attaccamento alla vita che attraverso questo libro ha voluto condividere con tutti noi. E la nostra condivisione del suo sentire attraverso la lettura di queste pagine è anche un modo, imperfetto ma sinceramente sentito, di rispondere alla sua richiesta: “Desidero la solidarietà di tutti”. 

© Bollettino d' Ateneo Unict 15 Gennaio 2018

Speciale Workshop

Così i giornali ritornano utili - La Sicilia

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    Siamo noi giornalisti, forse, ad avere perso il gusto per la nostra professione, incapaci di stare al passo con la realtà, che sembra correre più veloce delle nostre analisi, e dubbiosi sull’utilità del nostro lavoro.
    La crisi del giornalismo, prima che nel calo della diffusione delle copie o dei ricavi pubblicitari, va ricercata in una pigrizia che impedisce agli operatori della comunicazione di raccontare i fatti per esperienza diretta, di tuffarsi nel pozzo della realtà per scandagliare ciò che c’è al fondo...