Don Puglisi, se la mafia sbaglia i suoi calcoli - La Sicilia

GIUSEPPE DI FAZIO
Presidente Fondazione DSe

Il 15 settembre del 1993 la mafia fece male i suoi calcoli. Voleva togliere di mezzo un parroco "rompiscatole", facendo apparire il suo assassinio come l'opera di un balordo, e invece accese i riflettori su un uomo di fede che pochi avevano imparato a conoscere e apprezzare. Padre Pino Puglisi, fino a quel tragico giorno del suo 56mo compleanno, era un parroco di periferia, che celebrava messa e teneva il catechismo in uno scantinato, perché a Brancaccio la chiesa era chiusa per pericoli di crollo. Aveva creato nel quartiere il centro di accoglienza "Padre Nostro", dove con l'aiuto di alcuni giovani volontari cercava di dare educazione e speranza ai ragazzi della zona.
    Fino a quel tragico giorno di metà settembre, erano stati in pochissimi anche all'interno della chiesa – come ha raccontato in un'intervista a questo giornale mons. Gristina, allora ausiliare del cardinale Pappalardo e oggi arcivescovo di Catania – ad accorgersi di "quello che il Signore stava operando in lui e attraverso di lui".
    Padre Puglisi non era un personaggio in vista. Anche nelle file dell'antimafia, altri erano gli esponenti ecclesiali che godevano dell'attenzione generale. A don Pino, per riferire le parole del magistrato Giovanbattista Tona, l'antimafia ufficiale non riconosceva neanche la qualifica di "antimafioso ordinario".
    Per capire il clima che si respirava in quegli anni nell'Isola, basta scandagliare l'archivio storico digitale del nostro giornale. Dal 14 settembre 1992 alla stessa data del 1993, il nome di padre Pino Puglisi (per la precisione di "don Giuseppe Puglisi") compare su La Sicilia una sola volta, nella pagina delle Cronache di Palermo per una intervista di Mariateresa Conti impaginata su due colonne in taglio medio.
    Nello stesso arco di tempo i gesuiti Bartolomeo Sorge ed Ennio Pintacuda, all'epoca operanti a Palermo, figurano rispettivamente in 56 e 104 articoli, alcuni dei quali sono ampie interviste.
    Se spostiamo di dieci anni il periodo della nostra analisi (16 settembre 2003-16 settembre 2004) la situazione appare rovesciata: padre Pino Puglisi è citato in 53 articoli; padre Sorge in 3 e padre Pintacuda in 12. Facciamo un passo indietro. 
    Perché mai la mafia, nel 1993, scelse come obiettivo quel parroco di periferia? Uno dei killer, interrogato dai pm, spiegò che quel sacerdote andava punito perché "si portava i picciriddi cu iddu" e li sottraeva all'autorità delle famiglie mafiose. Padre Pino Puglisi (3P, per i suoi allievi) aveva compreso che i ragazzi di Brancaccio vivevano in una morsa diabolica che toglieva loro ogni possibilità di sognare cose grandi o di sperare. Quei ragazzi vivevano in un inferno, in cui l'orizzonte ultimo e unico era obbedire agli ordini dei boss.
    Nell'intervista al nostro giornale, nell'anno in cui fu ucciso, don Pino paragonò il centro Padre Nostro a "una goccia nel mare dei bisogni" di quella borgata: 8mila abitanti, senza neanche una scuola media.
    Il chiodo fisso di padre Puglisi, nel 2013 proclamato beato dalla Chiesa, fu quello di ridare speranza e possibilità di sognare in grande ai ragazzi del quartiere.
    Solo facendo sperimentare loro qualcosa di bello essi potevano desiderare di uscire dalla gabbia infernale della mafia. Per questo Cosa Nostra, che sapeva valutare sul campo i suoi nemici, decise di ucciderlo. Ma non poteva immaginare che quella morte, o per meglio dire quel martirio, avrebbe riproposto prepotentemente all'attenzione della chiesa e del mondo l'esempio di quell'umile parroco e straordinario educatore.

 

© La Sicilia 14 settembre 2018

Speciale Workshop

Così i giornali ritornano utili - La Sicilia

A giudicare dal numero (quasi un centinaio) di domande di partecipazione al Workshop nazionale di giornalismo che si terrà a Catania a fine mese si direbbe che i giovani siano ancora affascinati dal mondo dell’informazione.
    Siamo noi giornalisti, forse, ad avere perso il gusto per la nostra professione, incapaci di stare al passo con la realtà, che sembra correre più veloce delle nostre analisi, e dubbiosi sull’utilità del nostro lavoro.
    La crisi del giornalismo, prima che nel calo della diffusione delle copie o dei ricavi pubblicitari, va ricercata in una pigrizia che impedisce agli operatori della comunicazione di raccontare i fatti per esperienza diretta, di tuffarsi nel pozzo della realtà per scandagliare ciò che c’è al fondo...