Il difficile mestiere di giornalista. Ricordando Maria Grazia Cutuli

È 19 novembre 2001. La giornalista catanese Maria Grazia Cutuli perde la vita in Afghanistan dove conduceva servizi come inviata di guerra per il Corriere della Sera. Lo stesso giorno, il Corriere della Sera pubblica il suo ultimo articolo: il pezzo riguarda la scoperta di un deposito di gas nervino nella base di Osama bin Laden. Firma esordiente e amata del quotidiano La Sicilia, la sua memoria continua a essere un faro per chi vive questo mestiere e per la sua cara Terra.

Di seguito riportiamo una pagina dall’Archivio storico digitale de La Sicilia scritta nel suo ricordo il 20 novembre 2001.

di Michele Nania

Quant’è bello questo mestiere, che ti prende e non ti molla più, e quanto può essere atroce. Maria Grazia aveva appena ottenuto ciò che è il sogno di ogni giornalista: la notizia bomba, l’esclusiva, per conto del più grosso giornale italiano, il «Corriere della sera». E mentre il giornale lanciava in prima pagina il suo scoop, Maria Grazia moriva di una morte assurda sulle mulattiere di Kabul. Era in zona di guerra ormai da un mese e mezzo, e aveva scelto la strada più difficile per raccontare la guerra: vederla, esserci. Perché sapeva, come sanno bene anche i lettori, che le notizie di prima mano non può dartele nessuno ma devi andartele a cercare. Anche lei aveva le veline, gli informatori, ma aveva il coraggio e le capacità per raccontare la guerra in prima persona, scendendo giù dalle terrazze dell’albergo. Come solo i grandi inviati sanno fare.

Il 26 ottobre Maria Grazia era a Peshawar. Era al centro del mondo: inviata di guerra del più prestigioso giornale italiano, il «Corriere della sera», seguiva la riunione dei capi religiosi antitalebani nella capitale dell’integralismo islamico, nel nord-ovest del Pakistan. Raccontava, Maria Grazia, quell’assemblea degli anziani riuniti per la «Conferenza per la pace e l’unità nazionale in Afghanistan», ma siccome sapeva andare oltre l’ufficialità dell’evento, dopo aver raccolto e trascritto minuziosamente le parole di chi disegnava o prefigurava il dopo-talibani, lei decise di andare «oltre». E una volta girati i tacchi, sempre a Peshawar e sempre quel giorno, andò a intervistare l’unica persona che professava la fede cattolica in un mare musulmano: «che in un posto come questo - ha scritto Maria Grazia - equivale a portarsi in fronte una lettera scarlatta».

Un bellissimo reportage, anche quello, perché «vivo», autentico, strappato a mani nude sotto la scorza delle informazioni pilotate o peggio ancora manipolate. Quel giorno, il 26 ottobre, Maria Grazia faceva il compleanno, e forse lei neanche se n’è ricordata. Come capita a chi ha ben altro cui pensare. Se n’era ricordata ovviamente la mamma, Agata, e tutta la famiglia (Maria Grazia era la figlia più grande: dopo lei Sabrina, Mario e Donata) che per quella donna così brava e sempre più importante, ha sempre avuto un poco di apprensione: «Sempre così lontana, sempre in posti così pericolosi... Sì lo so che lei è brava ed è per questo che ce la mandano, però che pena...»

«Mi spiace - ha detto con un filo di voce la signora D’Amore - che si parli come se Maria Grazia non ci fosse più. Noi siamo ancora legati a un filo di speranza». A casa di Maria Grazia, nel quartiere Barriera di Catania, i parenti hanno eretto un piccolo muro per proteggersi da cronisti e cineoperatori. Ma il papà, Giuseppe, professore in pensione, per lunghi anni preside della scuola media Carducci, si ricorda del cronista che anni addietro, fu tra quelli che accolsero Maria Grazia in questo giornale, «La Sicilia», lo lascia passare e gli consegna, cercando dopo pochi secondi tra le sue cose in libreria, un ponderoso volume. E’ la tesi di laurea in Lettere e filosofia di Maria Grazia: «Spazio e potere in Michel Foucault», 110 e lode nell’anno accademico 1984-85. In quegli anni Maria Grazia arrivò in redazione, fresca di laurea e di entusiasmo, e cominciò la sua avventura nel giornalismo occupandosi di spettacolo. Teatro e cinema, qualche intervista e tante, tantissime proposte. Arrivava trafelata, quasi scivolasse su un cuscinetto d’aria, e i suoi pezzi andavano in tipografia senza alcun ritocco. Le proposi di scrivere anche d’altro - in quegli anni su «La Sicilia» curavo uno spazio dedicato ai giovani - lei accettò con entusiasmo. E si prendeva fino all’ultimo minuto che aveva a disposizione per consegnare l’articolo: voleva controllare, aggiungere, rifinire. Voleva dare il massimo e di solito ci riusciva. Talvolta l’accompagnava la sorella Donata, poco più che una bimba, che aveva per lei una specie di venerazione. Non l’ha mai detto, Maria Grazia, ma doveva aver ceduto alle insistenze di Donata che voleva vedere la sorella più grande alle prese col mestiere più bello del mondo. «Così dopo m’insegni tutto».

Maria Grazia era una bella donna, molto corteggiata e molto determinata. Ma non si è mai sposata e parlava poco degli affari suoi. Ma la vita del collaboratore nei giornali e nelle televisioni non è affatto una vita facile. Non le andava d’aspettare la «sistemazione», voleva sperimentare altre strade, altre forme di giornalismo. E sempre a Catania lavorò in televisione, a «Telecolor». Anche quella fu una breve parentesi. Trovò un aggancio e andò a Milano, conquistandosi un posticino a «Centocose» e collaborando ad altre riviste del gruppo Mondadori, fino alla conquista di una firma su «Epoca».

Ma in redazione non ci stava mai. Non era e non sarebbe mai stata quello che in gergo chiamiamo «culo di pietra»: uno che conquista la scrivania e da lì non si smuove più. Lei voleva partire, viaggiare, raccontare, e per farlo voleva prima averlo visto con i suoi occhi. I servizi, le collaborazioni, le servivano per finanziare i suoi viaggi negli angoli più sperduti o più disperati del mondo: da Sarajevo al Ruanda, da Mogadiscio alla Sierra Leone, dal Sudan al Kenya. E poi l’Afghanistan. Dove fu tra i pochi cronisti occidentali presenti sul posto per documentare il primo vero segnale che qualcosa laggiù presto sarebbe cambiato: tutto l’Occidente pregava di non farlo, e i talebani distrussero le statue dei budda a colpi di cannone.

Il papà di Ilaria Alpi, altra vittima del giornalismo vero, oggi ricorda con affetto un articolo che Maria Grazia scrisse su «Epoca»: «Ilaria è stata uccisa per ciò che ha scoperto, e nessuno ha mai indagato». Ieri a «La Sicilia», l’assemblea del nostro giornale ha ricordato che Maria Grazia era passata da qui, e qui forse ha imparato il mestiere. In pochi ricordavano davvero di quella presenza fugace e quasi evanescente. Al «Corriere» era un semplice redattore, non aveva galloni e forse non voleva averne, proprio per restare libera di muoversi come e quando sentiva che doveva farlo. Il direttore, ieri, comunicando all’assemblea di via Solferino che sì, purtroppo è vero, Maria Grazia è stata uccisa, ne ha annunciato la promozione sul campo a inviato speciale. Maria Grazia Cutuli è, purtroppo, anche la prima vittima italiana della guerra in Afghanistan. E ci lascia, oltre a un tenerissimo ricordo personale, anche uno splendido messaggio sul modo di intendere questo inquinatissimo lavoro. Avventuroso, puro, onesto: «Ci vado io», diceva Maria Grazia. E’ morta una cronista, è nata una stella: com’è bello questo mestiere, e come sa essere atroce.

 

© La Sicilia, 20 novembre 2001