L’onda d’urto che viene dall’orrore

DOMENICO QUIRICO
Giornalista - La Stampa

E adesso che farà questa generazione europea di profeti sovvertitori, bravissimi a metter ogni cosa in subbuglio e repentaglio, inettissimi a mettervi ordine e misura?

Perché dopo aver consumato energie, escandescenze e ingiurie per trovar posto a un centinaio di migranti della nave «Diciotti», che sembrava avessero sulle spalle il fascio di spine di Caino, arriva dalle disperate sassaie siriane una nuova, sproporzionata tempesta. Bashar Assad, maestro di micidiali pazienze, sta per spiantare un’altra trincea della rivolta iniziata nel 2011 (e ormai tinta delle varie gradazioni di nero jihadista), la regione di Idlib. E le organizzazioni umanitarie annunciano che la fuga da questo finale nibelungico metterà in moto centinaia di migliaia di fuggiaschi che non possono sperare certo perdono del vincitore. L’ipotesi più pessimistica nel peggio, anzi nel pessimo, arriva alla cifra, che toglie il fiato, di due, tre milioni di nuovi migranti.

Con un procedimento di messa in scena di virtuosismo pubblicitario, avventata e nefasta millanteria, si era appena definita come superata la molesta invasione di «fannulloni» da terzo mondo, grazie a muri implacabili e negazioni rimessiticcie. E invece. La Migrazione, con la guerra siriana, bussa fragorosamente, nella nudità dei fatti, alla porta d’Europa, alla sua pazienza sciatta e sorniona. I fatti falciano agnostici e dogmatici. Anche i dogmatici della negazione e perfino del dubbio. Perché stavolta sarà difficile a ipocriti e abborracciatori che gestiscono le politiche europee negare che «quelli di Idlib» siano profughi che hanno diritto: a entrare e ottenere asilo come vittime di guerra.

A meno che in questa furia di suicidio e di fratricidio d’Europa qualcuno, con destrezza leguleia, non arrivi a infrangere anche questo obbligo sacrosanto, in nome di necessarie e necessitate obbedienze all’interesse, al comodo nostro.

Si scoperchia, brutalmente, la miseranda parodia di politica estera, i paesani destreggiamenti diplomatici con cui l’occidente, e l’Europa in prima fila, ha schivato i primi sette anni di guerra siriana. Primi perché altrettanti, se non di più, ci costerneranno. L’onda d’urto dell’irrompere del progetto del califfato continua ad allargare i suoi cerchi. Non abbiamo visto che l’inizio. Finirà per incanutirci. L’infatuazione tecnicistica di far tutto con aerei e droni, le eteroclite alleanze con manovalanze guerriere curde e sciite, i gran colpi, inutili intimidatori e inconclusivi, dei proclami retorici, spensierate, superciliose o accidiose attività diplomatiche in un luogo in cui contava, ahimè! solo la forza: ecco il risultato. Bashar ha vinto la guerra. E ci spingerà contro una moltitudine di disperati, a cui si mescoleranno stavolta davvero gli apostoli abusivi e inumani della guerra santa. Che noi cercavamo sui barconi. Che fare? Supplicheremo di nuovo il costoso aiuto dell’invelenito califfo ottomano, Erdogan?

Sbrighiamoci a dirlo, crudamente: là, in Siria, con i 500 mila morti e i milioni di profughi, tutto quello che abbiamo fatto o non fatto, è fondato campato, e morto, di balordi espedienti, trovate e diversivi. Come per l’altro corno della Migrazione, l’Africa, dove intrighiamo per interesse con regimi corrotti e muffiti, paghiamo il nostro ottuso machiavellismo di saputi, bravaccioni e parolai.

 

© La Stampa 31 agosto 2018

 

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