La Sicilia - I giovani e il destino del sud

LEANDRA D'ANTONE

Ci sono voluti diversi decenni perché i giovani del Sud tornassero al centro dei ragionamenti economici, politici e culturali sul presente e sul futuro del nostro Paese. Oggi nessuno può negarne la necessità di fronte ad un’emergenza dai caratteri inquietanti: l’operare evidente rispetto al Centro-Nord dell’inversione di una equilibrata curva demografica tra natalità e mortalità, insieme ai livelli elevatissimi di disoccupazione (oltre il 45%) tra i 17 e i 24 anni. Neanche la persistenza nel tempo dei recenti fenomeni di ripresa potrebbe fermare la paradossale trasformazione del Sud nell’area italiana con la popolazione più anziana.<!--break-->
    Dal momento dell’ingresso dell’Italia nell’Unione europea e nell’Euro, per prime le politiche del dipartimento per lo Sviluppo e la coesione di Fabrizio Barca e del ministero dell’Economia di Azeglio Ciampi, quindi le analisi e le indicazioni di policy della Svimez, si sono impegnate in forme diverse per la promozione dell’occupazione giovanile. In entrambi i casi, l’esito dell’impegno è stato condizionato dall’impronta “settentrionalista” che le politiche pubbliche di investimenti in settori strategici hanno avuto sia negli anni precedenti che in quelli della grande crisi finanziaria iniziata nel 2008, con conseguenze statistiche doppiamente consistenti sul Pil, sulla produzione industriale, sull’occupazione nel Sud rispetto al Centro-Nord. 
    Proprio nel cuore della crisi e del crollo dell’economia meridionale, il Rapporto Svimez 2011, ha segnalato il senso dello “tsunami demografico” in corso per la perdita di giovani, soprattutto di giovani qualificati, a favore del Centro-Nord e dei Paesi europei, ovvero per la perdita di quel capitale umano essenziale nell’economia e nella società della conoscenza oltre che sola condizione per il rinnovamento generazionale e lo sviluppo economico-sociale. È stata una perdita gravissima per flussi migratori consistenti al punto da richiamare il lontano passato.
    Ma per quali ragioni proprio la formazione di capitale umano di elevata qualità, importantissima risorsa nella lunga storia pur difficile delle regioni meridionali, è diventata oggi una delle maggiori zone di criticità per il futuro dei giovani del Sud? Importanti recenti ricerche della Fondazione Res per i tipi Donzelli (“Università in declino”, a cura di Gianfranco Viesti, autore anche di “La laurea negata”, Laterza 2018) e della stessa Svimez (con il numero 3/2017 della “Rivista economica del Mezzogiorno”) hanno denunciato la drastica riduzione in Italia delle risorse per le Università e soprattutto per gli atenei meridionali, oltre che criteri di valutazione oggettivamente discriminatori in relazione alla maggiore debolezza del tessuto imprenditoriale e alle assai minori e peggiori opportunità offerte dal mercato del lavoro. Tali fenomeni hanno o disincentivato la stessa iscrizione all’Università, o spinto a investire su atenei operanti in territori più dinamici. 

    A desso la Fondazione sussidiarietà diretta da Giorgio Vittadini dedica il Rapporto 2018 proprio ai giovani del Sud, con risonanza amplificata dal recente sconvolgimento elettorale (Mezzogiorno a Cinque Stelle versus Nord leghista) di cui la questione giovanile meridionale è sicuramente componente rilevante. Del Rapporto, curato da Alberto Brugnoli e Paola Garrone, è interessante non tanto la simpatia (già da tempo tradotta in azione nelle politiche per il Sud) per la mobilitazione di attori locali pubblici e privati, nel caso in specie definiti “sog - getti sistemici”, a sfavore dell’azione pubblica dall’alto Il Rapporto insiste meritevolmente sul nuovo divario e su tutti i fattori - già noti - che compongono oggi la questione giovanile meridionale, dall’emergenza demografica alla qualità dell’apprendimento, al depauperamento del capitale umano; ma sottolinea anche i segnali positivi di dinamismo nel Sud, dall’eterogeneità dei territori, alla crescita del Pil e delle esportazioni, segnali che hanno come protagonisti proprio giovani imprese e start up innovative, impegnate in Ricerca & Sviluppo e in scambi con le Università.
    Se i fenomeni in controtendenza possono alimentare la speranza, la gravità della tendenza richiede tuttavia una “scossa”nelle politiche nazionali ed europee. Secondo il Rapporto la scossa consisterebbe nel fare del Sud italiano, posto nel cuore di una delle aree di maggiore interesse del mondo, il vero punto di forza della rinascita giovanile.
    Tutti gli autori concordano su due scommesse. La prima vede Università meridionali con più risorse, più autonome nelle fonti di finanziamento, nella ricerca e nell’offerta formativa, e quindi capaci non solo di rafforzare il proprio capitale umano e trattenere i propri giovani, ma anche di attrarre ed integrare giovani dai paesi dell’area. La seconda consiste nell’attrazione di investimenti ad alta tecnologia (e generazione di lavoro qualificato) nella realizzazione della rete e dei servizi infrastrutturali, investimenti finora disincentivati da comportamenti politici e amministrativi deleteri, ma non rinviabili dopo l’allarga - mento del canale di Suez e con le prospettive di incremento dei traffici mediterranei.
    Chissà che il superamento della crisi finanziaria mondiale e l’emergenza immigrazione non riescano a ridare qualche sussulto alla promettente Europa delle origini, quella delle Dichiarazioni di Barcellona del 1995, con il Mediterraneo integrato in un nuovo sistema continentale e la Sicilia suo cuore pulsante!
    Sarebbe ingiusto negare il valore di alcune azioni politiche fatte nel corso dell’ultimo decennio, pur nelle enormi difficoltà della crisi, per sostenere lo sviluppo del Sud e tentare di mettere un freno alla perdita di giovani. Ma considerando l’entità del disagio giovanile, è stato fatto davvero troppo poco. Dobbiamo molto di più non solo ai ragazzi che in numero massiccio hanno da tempo deciso, per costrizione e non per legittime aspirazioni, di rinunciare a progettare il loro futuro nel Sud. Dobbiamo molto di più anche e soprattutto ai ragazzi che hanno deciso di restare. Proprio ieri, in occasione della presentazione del Rapporto da parte di Cellini, Ingrassia, Scrofani e Vittadini nella bellissima sede dell’Uni - versità di Catania, il più forte richiamo alla responsabilità è venuto dalle esperienze di successo testimoniate dai meravigliosi giovani siciliani, ingegneri, imprenditori, giornalisti, aspiranti chef che vogliono ancora cambiare il destino del Sud, come Michele Calabretta, Giuseppe Guglielmino, Francesco Mannino, Giorgio Romeo, Sebastiano Piazza e Mark Efosa Usiosefe.

© La Sicilia 22 aprile 2018

Speciale Workshop

Così i giornali ritornano utili - La Sicilia

A giudicare dal numero (quasi un centinaio) di domande di partecipazione al Workshop nazionale di giornalismo che si terrà a Catania a fine mese si direbbe che i giovani siano ancora affascinati dal mondo dell’informazione.
    Siamo noi giornalisti, forse, ad avere perso il gusto per la nostra professione, incapaci di stare al passo con la realtà, che sembra correre più veloce delle nostre analisi, e dubbiosi sull’utilità del nostro lavoro.
    La crisi del giornalismo, prima che nel calo della diffusione delle copie o dei ricavi pubblicitari, va ricercata in una pigrizia che impedisce agli operatori della comunicazione di raccontare i fatti per esperienza diretta, di tuffarsi nel pozzo della realtà per scandagliare ciò che c’è al fondo...