La Sicilia - Il mondo di Laura

MASSIMO NARO

Il libro. La lettura di “Una forza di vita” di Laura Salafia procura un positivo turbamento, perché costringe a uscire dall’atarassia, dal disinteresse e dall’indifferenza. E a porsi la domanda: e se capitasse a me restare prigioniero di un respiratore, di una sedia a rotelle? Sarei capace di sorridere comunque e di pensare il meglio per gli altri? 

Procura turbamento, la lettura di questo libro. Persino inquieta. Non in senso negativo, però, dato che non semina malcontento nell’animo, non lo prostra nel malessere, non si risolve in disagio interiore. Turba e inquieta, piuttosto, nel senso etimologico di questi termini: gli antichi greci avrebbero detto che la lettura del libro di Laura Salafia - Una forza di vita - costringe a uscire dall’atarassia, dal disinteresse e dall’indifferenza, vale a dire da una quiete autoreferenziale, conquistata abituandosi a serrare le palpebre, a turarsi gli orecchi, a voltarsi dall’altra parte, a distogliere la mente, a preoccuparsi soltanto di sé. Luca, l’evangelista greco, usa il verbo “turbarsi” proprio secondo tale accezione riferendosi all’effetto innescato dall’annuncio dell’angelo in Maria di Nazaret, la quale - uscendo dall’atarassia - si lasciò mettere in questione e cominciò a porre questioni.

Una lettura che impone un termine di paragone all’interrogativo che, comunque, sorge sfogliando le pagine di Laura: e se capitasse a me? Già: se capitasse a me, come a lei? Non solo se capitasse pure a me di essere disgraziatamente colpito alla nuca, centrato nel midollo spinale, da un proiettile vagante, poco importa se sparato da un mafioso o da un’altra sottospecie d’omicida. E non solo se mi capitasse di scivolare accidentalmente e di battere l’osso del collo per ritrovarmi, di botto, tetraplegico. O se mi beccassi un morbo che causa usure cervicali tali da farmi piombare nell’inferno della paralisi totale e irreversibile. No, non solo questo. Se mi capitasse, dico, di avere un incidente o una malattia del genere e di finire, anch’io, come Laura: legato sì, per sempre, a un respiratore meccanico, intubato di sopra e di sotto, sprofondato in un letto d’ospedale per mesi, a chilometri di distanza da casa mia, e poi inchiodato a una sedia a rotelle, magari di quelle leggere, che in ogni caso la mia anziana madre dovrebbe spingere con lo stesso sforzo di Sisifo, ma - nondimeno - mantenendo la voglia di sorridere nel bel mezzo di tutto questo. E di sperare il meglio per gli altri, oltre che per me. E finanche di rivendicare ciò ch’è giusto esigere. O di denunciare ciò che di sbagliato va smascherato. La forza, insomma, di lottare. E di continuare a vivere umanamente.

Laura racconta di questo nel libro che raccoglie i suoi articoli usciti su La Sicilia dal 2011 al 2017, dopo essere stata coinvolta in una sparatoria tra balordi nell’estate del 2010, a Catania, all’uscita dalla Facoltà di Lettere, dov’era studentessa. Un libro in cui si possono cogliere almeno tre sporgenze, dalle quali distillare una sintesi.

La prima è rappresentata dall’amicizia, che è il regime vitale di Laura, giovane donna divenuta all’improvviso paralitica, consapevole d’essere ormai «prigioniera del proprio corpo» immobile, che tuttavia non considera l’esistenza un agguato mortale né il mondo una colossale fregatura, che anzi sente di non aver nemici, intelligente a tal punto da comprendere che neppure chi le ha sparato può restare per lei un imperdonabile nemico. D’altra parte, entrando in contatto con lei nella sua attuale situazione, tutti si scoprono suoi amici: i medici e gli infermieri, i fisioterapisti e gli assistenti sociali, gli altri ammalati suoi compagni di corsia, i loro e i suoi familiari, i giornalisti amici del suo fidanzato, di certo anche i lettori che si sono affezionati alla sua rubrica, la leggano da dietro le sbarre di un penitenziario o da dentro alle grate di un monastero di clausura. Laura li ricorda per nome, stilando una sorta di litania, apprezzandoli non solo per le loro competenze professionali, o per la loro simpatia, ma anche e soprattutto per la bellezza e la dignità del loro esser persone, e per il fatto d’essere da loro riconosciuta e trattata come una persona.

La seconda sporgenza è la laicità, ferrea attitudine mentale con cui Laura affronta la sua condizione: «Ognuno creda come vuole, importante è praticare il bene, la giustizia, il rispetto degli altri», scrive nelle pagine dedicate a Keita Abdoullaye, atleta malese, profugo attraverso il Mediterraneo e vittima di un incidente nel Cara di Mineo. La laicità è il coraggio che induce Laura a interessarsi di chi, nel mondo, non sta meglio di lei. Il coraggio che la porta a scrivere di Samia, velocista somala alle Olimpiadi di Pechino e poi annegata nella traversata del Canale di Sicilia, assieme ad altri anonimi migranti, martirizzati dai mercanti di carne e dalla «scandalosa inciviltà» dei Paesi europei che non operano efficacemente per il loro riscatto.

La terza sporgenza è la fede. Non sembri paradossale: per Laura la fede - come la laicità - non è mera dottrina, astrusa ideologia. È invece l’attitudine spirituale che la rende «più abile a leggere nel cuore umano, a discernere le qualità e le debolezze dell’umanità variegata che ogni giorno circonda il mio letto». E a «comprendere meglio il valore dell’ingiusta morte di Cristo», l’«Amico» che sa di avere accanto.

© La Sicilia 3 Gennaio 2018

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