La Sicilia - Inseguendo il mondo

GIUSEPPE DI FAZIO

La campagna elettorale che stiamo vivendo risulta, per certi versi, surreale. Tanti insulti, molte promesse, pochissime idee. E, soprattutto, dimenticanza dei problemi concreti, come la questione giovanile che, in Sicilia, è la prima delle emergenze.
    Negli ultimi 15 anni abbiamo perso quasi 200mila giovani, un terzo dei quali laureati, con un danno stimato in quasi 10 miliardi di euro. E, come se ciò non bastasse, 8 su 10 degli attuali diciottenni immaginano il proprio futuro fuori dall’Isola. Come si vede c’è da affrontare una straordinaria emorragia di capitale umano. Senza giovani, per di più in possesso di buona istruzione, non si va da nessuna parte.
    Non chiediamo di aggiungere alla lista delle fatue promesse un altro capitolo dedicato agli under 35. Sono i giovani stessi a chiederci di poter divenire protagonisti nella società che andiamo a costruire e di essere ascoltati. Almeno questo è l’appello che abbiamo raccolto dall’inchiesta “Generazione 18” promossa dalla Fondazione “Domenico Sanfilippo editore” e da “Sicilian Post”, che oggi questo giornale presenta. Abbiamo provato ad ascoltarli i diciottenni di oggi, consapevoli della sfida che essi pongono agli adulti e, al tempo stesso, desiderosi di lasciarci interrogare dalle loro domande.     
    Inutile negarlo, la percezione che i giovani hanno del futuro evidenzia una grande distanza dalla generazione dei padri. Per i diciottenni il futuro non è più il tempo della speranza di migliori condizioni di vita, è, piuttosto, quello della paura. Il loro timore non è legato solo alla crisi economica, o alla mancanza di posti di lavoro, bensì alla percezione di non essere capaci di sostenere il ritmo delle trasformazioni sociali. “Il mondo – spiega un intervistato – va più veloce rispetto a noi”. E un altro aggiunge: “La vita va avanti senza aspettarci”.
    Questa consapevolezza genera ansia. Come quando si aspetta, in vista di un appuntamento importante, un treno rapido che farà una sosta di pochi minuti in stazione e si ha timore di non fare in tempo a salire, perdendo così la partita della vita.
    Dalle risposte date dai diciottenni intervistati ricaviamo un’altra osservazione. “Siamo troppo impegnati a guardare schermi – leggiamo in una risposta – per accorgerci del mondo che cambia”. Per quanto i giovani di oggi siano sempre connessi con la rete, essi avvertono un distacco dalla realtà, come se fossero sconnessi dalla vita concreta. “La delicatezza di una carezza – nota una ragazza intervistata – la forza di un abbraccio, la tenerezza di un bacio quasi non esistono più”.
    Ma quel che rende sempre più fragile la condizione dei giovani, come emerge dall’inchiesta, è la percezione di essere soli di fronte alla sfida di un flusso impressionante di cambiamenti. “In un mondo troppo grande e avanzato – racconta una ragazza – mi sento piccola e indifesa”.
    Impauriti dal futuro, disconnessi dalla realtà, soli: questo l’identikit dei giovani intervistati. Eppure, sempre pronti a mettersi in gioco e a lanciare segnali al mondo degli adulti e alla politica. “E’ inutile – scrive un diciottenne – continuare a criticare la nostra terra, denigrarla, massacrarla. Conosco i difetti della mia Sicilia, ma la amo infinitamente. Ciò mi spinge e spingerà (almeno spero) a cercare di rinnovarla, pulirla, guarirla”. E poi l’appello citato: “Ascoltateci”.
    Perché non provarci?

© La Sicilia 18 febbraio 2018

Speciale Workshop

Il giornalismo che verrà - La Sicilia

«Quattro giorni intensi e inattesi». Così, Paola, dottoranda alla Normale di Pisa, descrive il Workshop nazionale di giornalismo tenutosi a Catania dal 27 al 30 settembre. Il laboratorio ha visto 30 giovani, provenienti da sette atenei italiani, dialogare e lavorare proficuamente con direttori di giornali e inviati di testate nazionali, con fotoreporter e con giornalisti impegnati nel “desk”.

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