La Sicilia - Vittadini: «Il Sud deve investire sul capitale umano con le università»

GIORGIO ROMEO

Investire sul “capitale umano” delle nuove generazioni per ridare centralità al Meridione. Questa la “ricetta” proposta dal Rapporto della Fondazione per la sussidiarietà, su “I giovani e il Sud”, che è stato presentato dai curatori Alberto Brugnoli e Paola Garrone ieri pomeriggio all’Università di Bari. Di questo affascinante tema - in linea con quanto emerso da “Genera - zione 18”, l’inchiesta firmata “Fondazione Dse - Sicilian Post”, raccontata la scorsa domenica su “La Sicilia” - abbiamo parlato con Giorgio Vittadini, ordinario di Statitistica all’università Bicocca di Milano e presidente della “Fondazione Sussidiarietà”, editrice del lavoro.
    Prof. Vittadini, da dove può ripartire lo sviluppo del Sud?
    «L’opzione strategica di fondo emersa dal nostro Rapporto si può esprimere così: investire sui giovani e sul loro capitale umano. Occorre un impegno generale per dare ai giovani del Sud la possibilità di costruire il loro futuro».
    Cosa rende, nel nostro mondo globalizzato, centrale il Sud Italia?
    «L’arrivo di migranti che giungono dai Paesi del Nord Africa, del Medio Oriente e dell’Africa sub-sahariana, guardando all’Italia e in particolare al suo Sud come porta d’accesso per l’Europa, così come il recupero di una centralità nelle rotte marittime internazionali, con il raddoppio del Canale di Suez e con gli investimenti cinesi nei porti e nelle infrastrutture del Mediterraneo, documentano quanto il Mezzogiorno sia una risorsa fondamentale per l’Italia e per l’Europa. È quindi necessario valorizzarne le risorse infrastrutturali, agricole e, soprattutto, il capitale umano».
    Come si può declinare, in questo senso, il concetto di sussidiarietà?
    «Dobbiamo pensare a un incentivo che chiami delle responsabilità dal basso. È necessario superare la logica del Sud in cui impiantare grandi imprese, ad esempio di tipo petrolchimico. Naturalmente ciò che è stato già fatto, ad esempio a Taranto, va tenuto, ma bisogna pensare a un approccio che valorizzi la piccola impresa e ne favorisca il network. Ciò impatterebbe molto anche sulla fuga dei cervelli».
    In che modo?
    «Le università come quelle di Catania, Palermo, Napoli o Bari devono prendere a modello istituti come il Politecnico di Milano o la Bocconi e investire in master e incubatori di nuove imprese, le quali inevitabilmente rimarranno legate al territorio. In assenza di ciò, è molto probabile che un giovane vada via dopo la laurea o che scelga di studiare fuori. Tutte le università del Nord America sono impostate su un’idea di hub in cui il nesso con il laureato è ancora più forte di quello con chi sta ancora studiando».
    Nel rapporto si parla anche del fenomeno migratorio. Come può essere un’opportunità? Come coglierla?
    «Il calo demografico che negli ultimi anni ha interessato anche il Sud Italia ci dice che l’immigrazione non è un problema ma una risorsa: il solo fatto di potere coprire con gli immigrati dei buchi demografici è fondamentale. Il punto è che i migranti oggi concepiscono il Sud come una porta d’accesso per l’Europa e non v’immagina - no il proprio futuro. È necessario invece che ciò avvenga, a vari livelli. Le università del Sud dovrebbero diventare punti di riferimento per coloro che provengono dall’Africa e dal Mediterraneo, un po’ come a Bari con l’Albania».
    Parliamo della “formazione professionale”, che purtroppo in Sicilia è una nota molto dolente: come bisognerebbe approcciarla nel Meridione?
    «Anche in questo caso è necessario superare l’idea del finanziamento a pioggia e approcciare un modello che consenta alle famiglie di scegliere le realtà più confacenti al loro bisogno. Esistono già modelli virtuosi, come Piazza dei Mestieri che a Catania, come a Torino, promuove una formazione d’élite, non assistenziale». 

© La Sicilia 24 febbraio 2018

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