Verso il workshop 2021: la lezione a Catania di Derrick de Kerckhove

Proponiamo di seguito l'articolo di Pinella Leocata sull'evento di lunedì 5 ottobre svoltosi nella cornice del Teatro Verga di Catania e promosso dal Sicilian Post e dalla Fondazione Dse, in collaborazione con l’Università di Catania, la Scuola Superiore di Catania e il Teatro Stabile di Catania, che ha visto come protagonista il sociologo canadese di fama internazionale

di Pinella Leocata

Ieri pomeriggio, al Teatro Stabile di Catania, il professore Derrick de Kerckhove, allievo di McLuhan e tra i più autorevoli sociologi della comunicazione, ha tenuto una lezione magistrale sul tema “Democrazia, algoritmi, informazione”. Un’anteprima del workshop internazionale “Il giornalismo che verrà” che, a causa della pandemia, è slittato al 17 al 21 giugno 2021. Un appuntamento, giunto alla terza edizione, che è promosso e organizzato, così come l’incontro di ieri, dalla Fondazione Domenico Sanfilippo Editore e da Sicilian Post in collaborazione con l’Università e la Scuola Superiore di Catania. Esempio virtuoso di collaborazione tra istituzioni culturali capaci di fare sistema.

A guidare l’incontro, e a mettere sul campo le difficili ed entusiasmanti sfide del giornalismo che verrà, Giuseppe Di Fazio, direttore scientifico della Fondazione Dse, e Giorgio Romeo, direttore di Sicilian Post, progetto editoriale di giornalismo digitale portato avanti da una redazione di under 35 anni. Entrambi, anche grazie alle testimonianze di tanti giornalisti di fama nazionale raccolte in due video realizzati da Giuseppe Tiralosi, hanno messo in evidenza come fiducia, qualità e tecnologia sono le parole fondamentali del dibattito sul giornalismo. Ad introdurre Derrick de Kerckhove è stata Maria Pia Rossignaud, direttrice di Media 2000 e vicepresidente dell’Osservatorio Tutti Media, coautrice con de Kerckhove del recente volume “Oltre Orwell. Il gemello digitale” le cui analisi ci fanno capire come «la trasformazione digitale è compito di tutti noi». Sta a noi fare in modo che democrazia e informazione non diventino un ossimoro così come lo sono democrazia e algoritmo.

La lezione magistrale del prof. de Kerckhove parte dalla constatazione del rapido crollo della fiducia che era stata riposta nel giornalismo on line che da giornalismo civile viene sempre più percepito come fonte di fake news. A suo avviso questo dipende dal fatto che «l’epistemologia della trasformazione digitale è in netto conflitto con quella del nostro passato alfabetico». L’alfabeto, infatti, è il punto di partenza della civilizzazione occidentale e della democrazia, cioè il potere del popolo, cui ora si è sostituita una “datacrazia”, il potere dell’algoritmo che prende le decisioni al posto nostro. «Nell’era della cultura digitale - che non si interessa all’auto - determinazione, ma all’ordine sociale - la comunicazione non ha più un aspetto privato. Siamo tutti spiati, tutti tracciati, e questo ha enormi conseguenze». Sta sparendo la differenza tra oggettività e soggettività, e questo significa che la persona perde il controllo e che viene annullata la privacy, l’autonomia mentale e fisica degli individui e il senso di responsabilità verso l’altro e verso di sé.

In questa fase di trasformazione, secondo de Kerckhove, si è creata una competizione tra la carta e il digitale, tra i nuovi media e quelli tradizionali e da questo «incontro ostile tra rete e scrittura» scaturisce una crisi epistemologica. La carta e la Tv, infatti, creano una sfera pubblica, mentre il telefonino e il computer creano una sfera privata sempre più aggressiva. Inoltre, mentre l’informazione su carta dà occasione di pensare e di riflettere, e dunque è un sistema di rallentamento delle informazioni, queste ultime viaggiano velocissime e senza controllo sulla rete e creano il fenomeno delle fake news come industria per cui non si verifica più quanto si dice. Con la perdita della verifica - insieme a quella dell’interpre - tazione e del referente, cioè dell’oggetto del discorso - si perde anche il senso. «Quando si comunica si interpreta, invece l’algoritmo non sa nulla, non è capace di farlo». Per questo, per opporsi alla perdita di senso e del controllo delle proprie vite, secondo de Kerckhove «serve cultura, educazione e la consapevolezza degli utenti». «È con l’educazione - sottolinea - che si preparano e si difendono le nuove generazioni». Per questo, paradossalmente, propone che ministero della Difesa e ministero dell’Educazione lavorino insieme ed è convinto che ci sia bisogno di buon giornalismo per mantenere la democrazia.

La disinformazione oggi non avviene soltanto con i metodi classici legati all’uso delle parole, ma con le deep fake, con la capacità che ha l’intelligenza artificiale di modificare le espressioni del viso e la stessa voce per fare dire alle persone cose diverse da quello che hanno detto e che pensano. Esiste poi uno strumento sconosciuto ai più, il GPT-3 (Generative Pre-training Trasformer di terza generazione), capace - tramite l’uso di algoritmi e di decine di miliardi di parametri - di generare notizie e articoli, di scrivere saggi, di elaborare codici che consentono ai telefonini svolgere le più svariate funzioni, come aprire una porta. E il problema non è soltanto che questo toglie lavoro, a partire dai giornalisti, ma che l’intel - ligenza artificiale non è capace di capire, di avere e di dare un senso. E se il senso sparisce le persone diventano vittime di manipolazione, incapaci di una vera autodeterminazione e di libero arbitrio. È quanto è avvenuto negli Usa con l’elezione di Donald Trump, resa possibile dall’uso degli algoritmi e della tracciabilità delle preferenze degli elettori indecisi in modo da pilotarli. «È il capitalismo della sorveglianza, la datacrazia». Ed è quando avviene nel modello cinese in cui non soltanto tutti sono spiati in modo permanente attraverso l’onnipresenza delle telecamere in strada e nei posti pubblici e privati, ma alla luce dei comportamenti assunti, vengono erogati automaticamente regali e punizioni. «La differenza tra i due modelli è la finalità di questo sistema di spionaggio e di controllo di massa: per gli americani la cosa più importante sono i soldi, mentre i cinesi da quattromila anni danno maggiore attenzione alla tutela della collettività piuttosto che al singolo».

Alla luce di tutto questo Derrick de Kerckhove conclude che «i giornalisti sono più che mai indispensabili perché sostengono la sfera pubblica» e che la carta stampata è importante perché «è l’unico posto dove la lingua si ferma, dove il dominio è del lettore ed è lo strumento che dà ai giovani la garanzia di potere costruire una propria identità. Per avere fiducia nei giornalisti e nell’informazione - ha concluso - bisogna saper navigare tra Scilla e Cariddi delle fake news e degli algoritmi».

© La Sicilia, 6 ottobre 2020

 

Guarda il video della serata a cura di Zammù Multimedia: clicca qui