La Sicilia - La Primavera soffocata

GIULIA IMBROGIANO

Il ’68 è stata una grande utopia, una forza rivoluzionaria capace di varcare anche la cortina di ferro. Non solo maggio francese o rivolte studentesche in Italia, il ’68 fu l’anno della Primavera di Praga, di una speranza nutrita e poi soffocata, una sconfitta vissuta in maniera sofferente anche da un gruppo di giovani siciliani che si erano recati in Cecoslovacchia qualche tempo prima. Abbiamo raccolto la testimonianza di una di quegli studenti, Romana Romano, a quel tempo iscritta in Filosofia all’università di Catania e membro di “Gioventù Studentesca”, associazione di giovani cattolici che in quegli anni conduceva una costante azione di volontariato nei quartieri più disagiati di Catania. «La Primavera di Praga è stata per i ragazzi un grande motivo di speranza, mentre gli adulti erano molto scettici, tanto che ci chiesero di portare via i loro figli nascondendoli nei bagagliai».
    Tutto ha inizio nella Pasqua del 1968 quando don Francesco Ventorino, responsabile di Gs in Sicilia, si reca in Cecoslovacchia da turista e a Praga incontra una guida cattolica che, su esplicita richiesta, lo mette in contatto con il vescovo Frantisek Tomasek. «I giovani cattolici - racconta Romana Romano, che è stata dirigente dell’It Archimede - non potevano riunirsi perché c’era il pericolo di essere accusati per riunione sediziosa, sicché ciascuno viveva la fede in maniera individuale. Noi avremmo dovuto far comprendere loro come coniugare la fede individuale e la dimensione sociale». Inizia così l’on the road di 5 giovani esponenti di Gioventù studentesca che non si conoscono tra di loro e provengono da diverse parti d’Italia. «Giunti alla frontiera, l’ impatto è stato molto forte, la cortina di ferro si è materializzata dinnanzi ai nostri occhi con tanto di reticolati e postazioni con i mitra. Uno dei soldati alla frontiera si è distratto e ha abbassato la sbarra elettrica prima del nostro passaggio, distruggendo la parte posteriore della macchina in cui per fortuna non c’erano passeggeri. È stato terrorizzante e siamo stati costretti a proseguire il viaggio con l’auto distrutta».
    La prima tappa è la selva boema, dove il gruppo incontra alcuni giovani cattolici locali con cui condivide diversi giorni senza scambiare parola a causa dell’ostacolo linguistico, comunicando solo per mezzo di segni e sguardi. «La quotidianità per la popolazione cecoslovacca era ardua: durante la vacanza ci siamo nutriti quasi esclusivamente di patate e funghi perché era difficile procurarsi altri viveri, per fare benzina consultavamo mappe molto piccole in cui erano indicati i distributori, le poche macchine in circolazione erano vecchissime ed era raro che gli abitanti ne possedessero una». A ciò si aggiungeva la difficile condizione dei cristiani, in primis cattolici, costretti a nascondere la propria fede. «Durante il periodo trascorso nella selva non abbiamo potuto fare la comunione perché bisognava prima registrarsi e comunicarlo al Partito comunista. I cristiani erano privati del diritto di decidere liberamente della propria vita e quei ragazzi ne erano la viva testimonianza. Si trattava per lo più di diplomati che, per via della loro fede, potevano accedere solo ai corsi universitari di minore importanza o erano totalmente banditi dalle università».
    Nonostante le difficili condizioni, da quell’incontro nacque una forte amicizia che spinse pochi giorni dopo una ventina di quei ragazzi a raggiungere l’Italia, approfittando della parziale libertà garantita dal “socialismo dal volto umano” promosso da Dubceck. «È stata un’occasione di grande apertura per noi: ricordo che un giorno un ragazzo, dopo essersi tuffato in mare, ne uscì di corsa, sorpreso che l’acqua fosse salata. Per loro è stata un’occasione per osservare come si possa vivere diversamente, senza i vincoli imposti dal governo, vivendo la fede liberamente». L’idillio è però interrotto dal preponderante ingresso della storia: nell’agosto del ’68 i carri armati sovietici occupano la Cecoslovacchia per reprimere quella che sembra un’insurrezione. «Raggiunti dalla notizia, tutti reagimmo con un profondo silenzio e grande smarrimento. I nostri giovani ospiti si ritrovarono in Italia in un momento cruciale per il loro Paese, senza potere sapere cosa stesse realmente accadendo, raggiunti da notizie molto lacunose». Quei giovani dovettero prendere coscienza che la Primavera di Praga era spenta, l’utopia schiacciata dai carri armati.

 

© La Sicilia 12 maggio 2018

Speciale Workshop

Così i giornali ritornano utili - La Sicilia

A giudicare dal numero (quasi un centinaio) di domande di partecipazione al Workshop nazionale di giornalismo che si terrà a Catania a fine mese si direbbe che i giovani siano ancora affascinati dal mondo dell’informazione.
    Siamo noi giornalisti, forse, ad avere perso il gusto per la nostra professione, incapaci di stare al passo con la realtà, che sembra correre più veloce delle nostre analisi, e dubbiosi sull’utilità del nostro lavoro.
    La crisi del giornalismo, prima che nel calo della diffusione delle copie o dei ricavi pubblicitari, va ricercata in una pigrizia che impedisce agli operatori della comunicazione di raccontare i fatti per esperienza diretta, di tuffarsi nel pozzo della realtà per scandagliare ciò che c’è al fondo...