La Sicilia - Quell’utopia del Sessantotto vicina alla carità cristiana

GIULIA IMBROGIANO

«Siate realisti, chiedete l'impossibile». Così recita uno dei celebri motti del maggio francese che si ispira al dialogo tra Caligola ed Elicona di Albert Camus, una frase molta amata da don Luigi Giussani che così lo commentava: «Non è realistico che l’uomo viva senza agognare l’impossibile, senza quest’apertura all’impossibile, senza nesso con l’oltre: qualsiasi confine raggiunga». Parole che sono parole sono la più sincera descrizione dell’utopia che prese vita nel ’68 e che è stata al centro del dibattito tenutosi ieri nel Coro di notte del Monastero dei Benedettini, Dipartimento di Scienze Umanistiche. L’incontro, moderato da Giuseppe Di Fazio, docente di Storia e tecnica del giornalismo all’Università e presidente del comitato scientifico della Fondazione Domenico Sanfilippo Editore, è stato animato dagli interventi di Antonio Di Grado, ordinario di letteratura italiana e di don Antonio Giacona, missionario in Cile dal 1987 al 2017 e docente dell’Università Cattolica di Santiago. Giorgio Romeo, direttore di Sicilianpost, dal canto suo, ha evidenziato il ruolo propulsivo della musica in quegli anni.
    Di Grado e Giacona, reincontratisi dopo quasi mezzo secolo, sono legati da una comune esperienza che prese vita negli anni ’60 a Catania: Gioventù Studentesca, gruppo che riuniva i giovani studenti cattolici. «La caritativa – ha raccontato Giacona rispondendo a una delle domande dei numerosi universitari presenti - è stata la principale motivazione che mi ha spinto ad entrare a far parte del gruppo nel ’63. Essa era una delle tre dimensioni dell’educazione in GS, accanto alla cultura e alla missione, e il suo obiettivo non era semplicemente risolvere i problemi, ma imitare il rapporto che Cristo aveva instaurato con gli uomini».
    Così inizia, negli anni Sessanta, l’attività di volontariato di alcuni giovani giessini nel quartiere di San Cristoforo, la loro “missione dietro l’angolo”, come recita il titolo di un libro pubblicato da Jaca Book nel 1970. Antonio Di Grado: «Recarmi a San Cristoforo fu un’esperienza allo stesso tempo coinvolgente e sconvolgente - dichiara il prof. Di Grado - noi giovani borghesi scoprivamo un mondo ignoto e disagiato ma allo stesso tempo disperatamente vitale, conoscemmo quei “dannati della terra” raccontati da Frantz Fanon». Su questa attività di impegno sociale e culturale, testimoniata dal giornale Sicilia Studenti, irrompe il sussulto del ’68 e costringe i giovani di GS ad interrogarsi sull’efficacia della loro attività e a chiedersi se vengano prima le persone o le strutture. «È una domanda – racconta don Antonio Giacona - a cui ancora oggi non so dare una risposta, ma ciò che allora mi parve chiaro fu che l’appartenenza fosse l’aspetto più importante, quell’appartenenza alla comunità cristiana che è per me valida ancora oggi». Appartenere al gruppo di GS significò infatti vivere un’esperienza totalizzante e radicale. I venti dell’ideologia, però, ben presto dispersero i componenti per diversi sentieri ed oggi resta un grande interrogativo: quali sono stati i frutti di quel ’68? Di Grado sottolinea che «l’anno delle proteste studentesche ebbe molteplici anime, alcune delle quali sono poi confluite nel terrorismo degli anni ’70, altre nelle leadership politiche degli anni a seguire, insomma un esito per nulla omogeneo. C’ è però un messaggio legato agli eventi di quell’anno e che – ribadisce il prof - rivolgo ancora oggi ai miei studenti, ovvero di non adattarsi al mondo così com’è e non appiattirsi sul realismo, ma praticare l’utopia ». «La parola impossibile - conclude Giacona - descrive l’ansia insaziabile del cuore umano, l’impossibile è ciò che è superiore alle mie capacità ma esiste, c’è e fa vivere ampiamente ogni aspetto dell’esistenza».

 

© La Sicilia 17 maggio 2018

Speciale Workshop

Così i giornali ritornano utili - La Sicilia

A giudicare dal numero (quasi un centinaio) di domande di partecipazione al Workshop nazionale di giornalismo che si terrà a Catania a fine mese si direbbe che i giovani siano ancora affascinati dal mondo dell’informazione.
    Siamo noi giornalisti, forse, ad avere perso il gusto per la nostra professione, incapaci di stare al passo con la realtà, che sembra correre più veloce delle nostre analisi, e dubbiosi sull’utilità del nostro lavoro.
    La crisi del giornalismo, prima che nel calo della diffusione delle copie o dei ricavi pubblicitari, va ricercata in una pigrizia che impedisce agli operatori della comunicazione di raccontare i fatti per esperienza diretta, di tuffarsi nel pozzo della realtà per scandagliare ciò che c’è al fondo...