Sicilian Post - Dal rock sim­bo­lo del ’68 al pop del­la ge­ne­ra­zio­ne Spo­ti­fy: co­s’è ri­ma­sto del­la can­zo­ne so­cia­le?

GIORGIO ROMEO

Per i ven­ten­ni di cin­quan­t’an­ni fa, can­zo­ni come “Re­vo­lu­tion” dei Bea­tles non era­no so­la­men­te la co­lon­na so­no­ra di un’e­po­ca, ma l’e­spres­sio­ne di un de­si­de­rio di cam­bia­men­to. Qual è, mez­zo se­co­lo dopo, il ruo­lo del­la mu­si­ca nel­la vita dei gio­va­ni?

Per i ventenni di cinquant’anni fa, canzoni come “Revolution” dei Beatles non erano solamente la colonna sonora di un’epoca, ma l’espressione di un desiderio di cambiamento. Qual è, mezzo secolo dopo, il ruolo della musica nella vita dei giovani? Partiamo dal 1968. Ovvero dal momento esatto in cui divenne chiaro che la musica dei giovani era l’espressione artistica del desiderio di una rivoluzione culturale basata non solo su un’idea sovversiva, bensì su una proposta concreta per una società diversa. Fu […]
A sinistra Francesco Guccini (negli anni '60), a destra Alberto Cazzola, cantante de "Lo Stato Sociale" (in una foto del 2016)

Par­tia­mo dal 1968. Ov­ve­ro dal mo­men­to esat­to in cui di­ven­ne chia­ro che la mu­si­ca dei gio­va­ni era l’e­spres­sio­ne ar­ti­sti­ca del de­si­de­rio di una ri­vo­lu­zio­ne cul­tu­ra­le ba­sa­ta non solo su un’i­dea sov­ver­si­va, ben­sì su una pro­po­sta con­cre­ta per una so­cie­tà di­ver­sa. Fu al­lo­ra che i Bea­tles pub­bli­ca­ro­no “Re­vo­lu­tion”. «Dici che vuoi una ri­vo­lu­zio­ne – can­ta­va John Len­non – beh, sai tut­ti vo­glia­mo cam­bia­re il mon­do […] ma quan­do par­li di di­stru­zio­ne, non sai che puoi con­si­de­rar­mi fuo­ri?». In­som­ma, la ge­ne­ra­zio­ne che in Eu­ro­pa nel­l’im­me­dia­to do­po­guer­ra ave­va ri­ven­di­ca­to una voce pro­pria – pren­den­do a mo­del­lo El­vis e con­trap­po­nen­do­si alla se­ve­ri­tà di un jazz ine­vi­ta­bil­men­te ri­col­lo­ca­to da mu­si­ca po­po­la­re a mu­si­ca d’ar­te – era cre­sciu­ta. E con essa era cre­sciu­ta an­che la con­sa­pe­vo­lez­za di vo­ler pren­de­re par­te at­ti­va al cam­bia­men­to. In Ita­lia nel 1967 ac­cad­de qual­co­sa di ana­lo­go: Gian­ni Mo­ran­di, fino ad al­lo­ra ce­le­bre per le sue can­zo­ni d’a­mo­re, di­ven­ne pri­mo in clas­si­fi­ca con “C’e­ra un ra­gaz­zo che come me ama­va i Bea­tles e i Rol­ling Sto­nes” e un gio­va­ne Fran­ce­sco Guc­ci­ni scris­se “Dio è mor­to”, un pez­zo che si apre con una ci­ta­zio­ne ni­chi­li­sta e si chiu­de con un pen­sie­ro di spe­ran­za: «Ma pen­so che que­sta mia ge­ne­ra­zio­ne è pre­pa­ra­ta a un mon­do nuo­vo e a una spe­ran­za ap­pe­na nata, ad un fu­tu­ro che ha già in mano, a una ri­vol­ta sen­za armi per­ché noi tut­ti or­mai sap­pia­mo che se Dio muo­re è per tre gior­ni e poi ri­sor­ge». In­som­ma, se nel­la ge­ne­ra­zio­ne ses­san­tot­ti­na c’e­ra un vero de­si­de­rio di mu­ta­men­to, le can­zo­ni del­l’e­po­ca ne fu­ro­no non la co­lon­na so­no­ra, ben­sì la ban­die­ra. Nac­que la can­zo­ne so­cia­le. Ma cosa ne è ri­ma­sto oggi?

Il testo di "Revolution" scritto da John LennonIl testo di “Revolution” scritto da John Lennon

I ven­ten­ni del 2018 vi­vo­no una real­tà mol­to di­ver­sa ri­spet­to a quel­la dei loro coe­ta­nei di cin­quan­t’an­ni fa. E la mu­si­ca, nel frat­tem­po, ha per­so il ruo­lo cen­tra­le nel­le loro gior­na­te. La ge­ne­ra­zio­ne di Spo­ti­fy non so­gna il Rock & Roll, non com­pra più le chi­tar­re (la Gib­son ha re­cen­te­men­te di­chia­ra­to fal­li­men­to), né tan­to­me­no i di­schi. Fre­quen­ta i con­cer­ti, ma spes­so è at­trat­ta più dal­l’i­dea d’in­con­tra­re l’i­do­lo del mo­men­to che non dal mes­sag­gio che la sua mu­si­ca po­treb­be tra­smet­te­re. Quel­la che vi­via­mo oggi è la so­cie­tà del­l’o­mo­lo­ga­zio­ne, in cui alla fine pure la mu­si­ca “in­die” – che vor­reb­be dare sfo­go al di­spe­ra­to bi­so­gno d’i­den­ti­tà “al­ter­na­ti­va” dei gio­va­ni d’og­gi – con­ver­ge in ma­nie­ra qua­si gat­to­par­dia­na con la mul­ti­na­zio­na­le del pop. L’e­sem­pio più lam­pan­te? “Lo Sta­to So­cia­le”, band pro­ta­go­ni­sta que­st’an­no al fe­sti­val di San­re­mo con “Un’e­sta­te in va­can­za”, una can­zo­net­ta in­tri­sa di re­to­ri­ca qua­lun­qui­sta per la qua­le in una lun­ga elen­ca­zio­ne si ac­co­sta il po­li­ziot­to al lau­rea­to, il cuo­co stel­la­to al­l’in­fluen­cer, il ca­me­rie­re al rot­ta­ma­to­re. In­som­ma un ap­piat­ti­men­to che ren­de tut­te le sto­rie – e tut­te le per­so­ne – ugua­li: tut­ti sono vit­ti­me e car­ne­fi­ci allo stes­so tem­po. E men­tre il set­tan­ta­quat­tren­ne Ro­ger Wa­ters s’in­ter­ro­ga nel suo ul­ti­mo al­bum sul­le scel­te del­la so­cie­tà oc­ci­den­ta­le nel do­po­guer­ra (po­nen­do di fat­to una que­stio­ne su­gli esi­ti del­la ri­vo­lu­zio­ne ses­san­tot­ti­na) “Lo Sta­to So­cia­le” – che pure ha pro­po­sto una co­ver di Guc­ci­ni al con­cer­to­ne del pri­mo mag­gio – nel suo pop dal sound glit­te­ra­to post anni ’90, si li­mi­ta a fare una fo­to­gra­fia di una so­cie­tà spec­chio del­la po­li­ti­ca odier­na: i ri­vo­lu­zio­na­ri di oggi si pro­pon­go­no di cac­cia­re il vec­chio («Per­ché non te ne vai?»), ma sen­za un’i­dea con­cre­ta per ri­pen­sa­re la so­cie­tà.

Ma tor­nia­mo al ruo­lo del­la mu­si­ca nel­le gior­na­te dei gio­va­ni: qual­cu­no po­treb­be dire che è il con­te­sto a es­se­re cam­bia­to. Se ne­gli anni ’70 il sup­por­to prin­ci­pe per ascol­ta­re le can­zo­ni era il vi­ni­le (che pre­sup­po­ne un alto gra­do di at­ten­zio­ne per­fi­no nel­l’av­via­re la ri­pro­du­zio­ne) oggi la mu­si­ca li­qui­da ci ri­por­ta a un’i­dea di sot­to­fon­do (qual­cu­no po­treb­be de­fi­ni­re le can­zo­ni di oggi mu­zak, mu­si­ca da ascen­so­re), ma­ga­ri da ascol­ta­re dal­l’al­to­par­lan­ti­no del­lo smart­pho­ne, con buo­na pace di de­cen­ni di stu­di sul­l’al­ta fe­del­tà del suo­no. Una non-mu­si­ca per una ge­ne­ra­zio­ne di non-ascol­ta­to­ri quin­di? For­se, in­tan­to però a ben ve­de­re le ven­di­te dei vi­ni­li sono in asce­sa (an­che tra i gio­va­ni) e al con­cer­to mi­la­ne­se del “ge­nio crea­ti­vo dei Pink Floyd” han­no pre­so par­te quat­tro ge­ne­ra­zio­ni sol­le­ci­ta­te dal­la do­man­da «Is this the life we real­ly want?». Vo­glia­mo cre­de­re dav­ve­ro che non ci sia­no tra loro dei ven­ten­ni in gra­do di in­ter­pre­ta­re il bi­so­gno di que­sto tem­po e di dare un con­tri­bu­to con­cre­to per cam­bia­re dav­ve­ro le cose? Le con­si­de­ra­zio­ni sul­le epo­che si pos­so­no fare solo a po­ste­rio­ri, ma se è vero che la sto­ria è ci­cli­ca ar­ri­va sem­pre un mo­men­to in cui in se­gui­to a una cri­si si as­si­ste alla na­sci­ta di una nuo­va era. E ogni vol­ta l’ar­te non può che es­ser­ne il prin­ci­pa­le vei­co­lo.

Fonte: http://www.sicilianpost.it/dal-rock-simbolo-del-68-al-pop-della-generazione-spotify-cose-rimasto-della-canzone-sociale/

Speciale Workshop

Così i giornali ritornano utili - La Sicilia

A giudicare dal numero (quasi un centinaio) di domande di partecipazione al Workshop nazionale di giornalismo che si terrà a Catania a fine mese si direbbe che i giovani siano ancora affascinati dal mondo dell’informazione.
    Siamo noi giornalisti, forse, ad avere perso il gusto per la nostra professione, incapaci di stare al passo con la realtà, che sembra correre più veloce delle nostre analisi, e dubbiosi sull’utilità del nostro lavoro.
    La crisi del giornalismo, prima che nel calo della diffusione delle copie o dei ricavi pubblicitari, va ricercata in una pigrizia che impedisce agli operatori della comunicazione di raccontare i fatti per esperienza diretta, di tuffarsi nel pozzo della realtà per scandagliare ciò che c’è al fondo...