Così i giornali ritornano utili - La Sicilia

GIUSEPPE DI FAZIO
Presidente Fondazione DSe

A giudicare dal numero (quasi un centinaio) di domande di partecipazione al Workshop nazionale di giornalismo che si terrà a Catania a fine mese si direbbe che i giovani siano ancora affascinati dal mondo dell’informazione.
    Siamo noi giornalisti, forse, ad avere perso il gusto per la nostra professione, incapaci di stare al passo con la realtà, che sembra correre più veloce delle nostre analisi, e dubbiosi sull’utilità del nostro lavoro.
    La crisi del giornalismo, prima che nel calo della diffusione delle copie o dei ricavi pubblicitari, va ricercata in una pigrizia che impedisce agli operatori della comunicazione di raccontare i fatti per esperienza diretta, di tuffarsi nel pozzo della realtà per scandagliare ciò che c’è al fondo.
    Ci appare come un altro mondo quello in cui i nostri colleghi partivano di notte a dorso di un mulo per andare assieme alle forze dell’ordine a caccia di briganti; o, appresa la notizia del terremoto del Belice nel ’68, raggiungevano i paesi distrutti in elicottero per osservare di persona la tragedia e poterla raccontare. Scrivevano e scavavano. Dettavano i pezzi ai dimafonisti e si commuovevano per ciò che vedevano.
    Internet, paradossalmente, proprio mentre ci ha dato la possibilità di comunicare le notizie in presa diretta, anche attraverso filmati e foto, ci ha reso più pigri e, al tempo stesso, più cinici, incapaci di stare a contatto coi fatti e di lasciarci toccare il cuore.
    I giovani che da tutt’Italia ci hanno inviato i loro curricula per partecipare alla selezione del Workshop promosso da Fondazione DSe e Sicilian Post in collaborazione con la Scuola Superiore dell’Università di Catania e col Dipartimento di Scienze Umanistiche sono figli di questo tempo, abituati a leggere le notizie sullo smartphone, a comunicare via WhatsApp, a usare nella loro vita quotidiana i tempi veloci. Eppure essi manifestano, attraverso le lettere che ci hanno inviato, un grave disagio nel trovare un ruolo in questa società, una paura verso il futuro e, al tempo stesso, una curiosità verso il mondo che interpella noi professionisti dell’informazione e ci richiama a ritrovare la bellezza e l’utilità del nostro lavoro.
    La Sicilia e il Mediterraneo vivono oggi una crisi epocale che investe soprattutto le giovani generazioni, ma anche interi popoli martoriati dalla guerra. Ritrovare il filo per riannodare una trama di sviluppo non è semplice: soprattutto perché , spesso, non abbiamo più occhi buoni per osservare la realtà, né “penne” capaci di raccontarla. Le rappresentazioni della nostra Isola o le cronache sulle grandi tragedie che toccano il Mediterraneo sono improntate, per la maggior parte, a vecchi e fuorvianti cliché.
    Il più grande contributo che oggi i giornali possono dare alla società è aiutarla a ricostruire, come scriveva su queste pagine Pietro Barcellona, “la grammatica del pensiero quotidiano”. Perché - continuava il filosofo catanese - “è l’apparente banalità del quotidiano che svela, a chi è disposto ad ascoltare la voce degli avvenimenti, il senso profondo in cui ci tocca vivere”.
    Ci auguriamo che l’incontro tra alcune “firme” del giornalismo nazionale e i 30 giovani (laureati o laureandi) ammessi al Workshop, possa risvegliare questa passione per la realtà e per la sua rappresentazione.

 

© La Sicilia 05 settembre 2018

Speciale Workshop

Il giornalismo che verrà - La Sicilia

«Quattro giorni intensi e inattesi». Così, Paola, dottoranda alla Normale di Pisa, descrive il Workshop nazionale di giornalismo tenutosi a Catania dal 27 al 30 settembre. Il laboratorio ha visto 30 giovani, provenienti da sette atenei italiani, dialogare e lavorare proficuamente con direttori di giornali e inviati di testate nazionali, con fotoreporter e con giornalisti impegnati nel “desk”.