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Vittoria

Riscopriamo una pagina storica de "La Sicilia" che, mentre inaugura l'edizione a colori con una foto dello sbarco sulla Luna in apertura, descrive l'evento come la più grande conquista dell'umanità. Tuttavia le domande che poneva allora il giornalista Nino Milazzo tuonano ancora drammaticamente attuali.

di Nino Milazzo

Vittoria. Una vittoria così grande da suscitare un senso indefinito di sgomento, di vertigine. L'uomo ha raggiunto il suolo lunare e ora non è più lo stesso di prima: ha trovato un'altra frontiera che lo chiama a sé, lontano dai millenarì orizzonti entro cui si sono compiute le tappe della sua storia. Nessuna amplificazione retorica: l'impresa di Armstrong Aldrin e Collins entra di diritto nel novero degli eventi che segnano profondamente il corso della civiltà. Un ciclo si è chiuso; si apre un Evo nuovo, in cui Madre Terra dovrà rassegnarsi ad allentare l'abbraccio con cui ha tenuto da sempre avvinti i suoi figli. Oggi sulla Luna, domani su Marte, poi su Venere. E un giorno — chi può dirlo? — si arriverà forse alla colonizzazione del Sistema solare. La via dell'emigrazione interplanetaria è aperta. Cammino lungo, del quale nessuno riesce a intravvedere gli sbocchi.

Le vie dell'esplorazione cosmica sono ancora oscure. Ma non meno oscure sono le incognite che stanno dentro di noi, dentro il nostro essere. Con l'avvento dell'era spaziale si è compiuto il primo passo di un lento, ma inesorabile processo di mutazione che finirà col trasformare i connotati dell'homo sapiens, le sue strutture psichiche, le sue capacità intellettive. Come sarà l'uomo che sta nascendo fra i trionfanti riti della tecnologia? Si farà accecare dalla superbia luciferina della conquista? O manterrà la consapevolezza dei propri limiti? Il dottor Jeckyll o il signor Hyde: chi prevarrà? L'uomo ha già costruito delle macchine che si sostituiscono a lui, alla sua intelligenza. E mentre viola i primi segreti celesti, punta più in alto, sempre più alto. Tutto ciò è stupendo, ma contrasta con certe realtà che ci circondano e ci opprimono. Sulla Terra — vogliamo dire — c'è ancora molto da fare. E avremo tempo e modo di avvedercene. Quando l'estasi del primo approdo lunare si sarà dileguato, torneremo a guardarci attorno. E allora ci accorgeremo che nel Vietnam si combatte. E si combatte pure nel Medio Oriente e nel Biafra. Ci accorgeremo che le sciagure della guerra si sono abbattute anche sui tropici del Centramerica, mietendo vittime innocenti in Honduras e Salvador. Ci ricorderemo che le sconfinate frontiere tra Cina e Russia ribollono di odio armato. E ci ricorderemo di nuovo che moltitudini di uomini sono flagellate dalla miseria e dalla fame; e che milioni di negri d'America lottano per viver come gli altri; e che i Tartari di Crimea sono costretti ancora a subire la deportazione imposta da Stalin; e che il nobile popolo cecoslovacco soggiace al terrore dei panzer; e che il fosso che divide i Tedeschi si allarga e si approfondisce ogni giorno di più. Riscopriremo, infine, che gli ordigni che servono a russi e americani per inviare i loro uomini e i loro strumenti scientifici oltre i confini del mondo sono gli stessi che potrebbero trasformare la Terra in una « pira funeraria».

L'impresa degli astronauti dell'Apollo merita il rispetto, l'ammirazione e la gratitudine dì tutti. Ma questa conquista dell'ardimento e dell'ingegno umani e tutte le altre che la seguiranno saranno benedette se serviranno a rendere migliore l'uomo. È questa la speranza che domina quest'ora di trionfo. Wernher Von Braun ha detto: «La nuova frontiera dello spazio è troppo grande per essere esplorata con successo da una sola Nazione». Ecco il primo auspicio: l'instaurazione di un clima di cooperazione internazionale che, sulla base di un comune sforzo di ricerca spaziale, si trasferisca sul piano dei rapporti umani e politici tra i popoli e i governi. E non minore è l'attesa che dalle vette spaziali discenda l'onda benefica di nuove conquiste sociali. C'è tanto bisogno di giustizia che sarebbe imperdonabile se la marcia dei vascelli spaziali non contribuisse a sollevare le condizioni dell'umanità che soffre, delle masse di diseredati che — orribili macchie della civiltà — costellano ancora i Continenti.

L'America ha speso per il progetto Apollo una cifra che oscilla tra i ventiquattro e i trenta miliardi di dollari. Questo enorme sforzo ha già avuto un suo primo impatto sociale con la nascita e lo sviluppo di una colossale rete industriale che ha stimolato la crescita civile di tutto il Paese, soprattutto degli Stati meno fortunati del Sud. L'impegno è che quest'azione si estenda e si consolidi. Sarebbe orribile se il negro dell'Alabama dovesse continuare a vivere nella povertà e nella discriminazione mentre i suoi fratelli vanno sulla Luna.

L'America ha realizzato un'impresa di dimensioni storiche. Ha aperto nuove vie alle conoscenze umane. Ha dato una nuova speranza all'umanità. Ha riempito forse quel vuoto di ideali da cui è sgorgata la tempesta della contestazione giovanile. Adesso deve completare l'opera. Ma non dovrà essere sola. Armstrong, Aldrin e Collins hanno rischiato le loro vite non solo per affermare il primato del loro Paese, ma anche per guidare l'avanzata di una nuova umanità. Grazie per questo atto di fede.
 

 © La Sicilia, 21 luglio 1969