Sia­mo la ge­ne­ra­zio­ne del­le pro­mes­se ne­ga­te: cosa si­gni­fi­ca “re­si­ste­re” per un gio­va­ne oggi?

GIORGIO ROMEO
Direttore Sicilian Post

Le ul­ti­me ri­le­va­zio­ni Istat ci di­co­no che in Ita­lia è in au­men­to il nu­me­ro di co­lo­ro che non cer­ca­no più la­vo­ro. Cosa pos­so­no fare i ra­gaz­zi ol­tre a “strin­ge­re i den­ti” in una so­cie­tà che sem­bra ave­re spa­zio solo per crea­ti­vi e im­pren­di­to­ri di se stes­si?

Sem­pre più spes­so stia­mo as­si­sten­do a de­gli ap­pel­li per la na­sci­ta di una nuo­va “re­si­sten­za”. Da Ro­ger Wa­ters a Ro­ber­to Sa­via­no, pas­san­do per Sal­va­to­re Set­tis, in­tel­let­tua­li, ar­ti­sti, uma­ni­sti non man­ca­no di ri­cor­dar­ci – qua­si ogni gior­no – di quan­to sia im­por­tan­te “re­si­ste­re”: di fron­te alla man­can­za d’u­ma­ni­tà, al de­pau­pe­ra­men­to del­la cul­tu­ra, al­l’in­fran­ger­si dei no­stri so­gni. Ma cosa si­gni­fi­ca dav­ve­ro par­la­re di re­si­sten­za oggi?

La mia ge­ne­ra­zio­ne è quel­la del­le pro­mes­se ne­ga­te: nati a metà de­gli anni ’80, sia­mo cre­sciu­ti nel­la con­vin­zio­ne che la sola ab­ne­ga­zio­ne e lo stu­dio sa­reb­be­ro ba­sta­ti a tro­va­re il no­stro po­sto nel mon­do, sal­vo poi es­se­re re­dar­gui­ti per non es­ser­ci resi con­to che le re­go­le era­no cam­bia­te (in cor­so d’o­pe­ra): per so­prav­vi­ve­re – e non per ec­cel­le­re – oggi bi­so­gna es­se­re im­pren­di­to­ri di se stes­si, star­tup­per, crea­ti­vi.

Ma per quan­te rock­star c’è spa­zio in que­sto mon­do? E cosa sarà di tut­ti gli al­tri? Le ul­ti­me ri­le­va­zio­ni Istat ci di­co­no che in Ita­lia nel lu­glio 2018, seb­be­ne sia­no di­mi­nui­ti i di­soc­cu­pa­ti, sono au­men­ta­ti gli inat­ti­vi, cioè co­lo­ro che ri­nun­cia­no a cer­ca­re la­vo­ro.

Di che tipo di re­si­sten­za ab­bia­mo, al­lo­ra, bi­so­gno? Re­si­ste­re non deve si­gni­fi­ca­re so­la­men­te es­se­re re­si­lien­ti – ave­re cioè la ca­pa­ci­tà di as­sor­bi­re un col­po – ma ri­ma­ne­re lu­ci­di in un con­te­sto an­ni­chi­li­to dal­la pre­sun­ta mor­te del pen­sie­ro cri­ti­co. Un con­te­sto nel qua­le ai fat­ti vie­ne fa­vo­ri­ta una post-ve­ri­tà con­for­tan­te.

Se è vero che, ane­ste­tiz­za­ti da­gli al­go­rit­mi dei so­cial, stia­mo per­den­do il con­tat­to con la real­tà, l’u­ni­co modo per fare re­si­sten­za di­ven­ta al­lo­ra quel­lo di non pie­gar­si in una gara al ri­bas­so, no­no­stan­te le sol­le­ci­ta­zio­ni ri­vol­te ai no­stri istin­ti peg­gio­ri.

Re­si­ste­re, spe­cie per i gio­va­ni, deve si­gni­fi­ca­re ave­re la for­za di ad­den­trar­si nel pro­fon­do an­che quan­do la su­per­fi­cie ap­pa­re più fa­ci­le e ras­si­cu­ran­te. Una for­za, que­sta, che può ve­ni­re solo dal­la co­gni­zio­ne del fat­to che gli stru­men­ti d’in­te­ra­zio­ne e com­pren­sio­ne del mon­do sono ir­re­ver­si­bil­men­te cam­bia­ti ri­spet­to al pas­sa­to.

Per re­si­ste­re – e per re­sta­re dav­ve­ro uma­ni – è ne­ces­sa­rio uno sfor­zo nel ri­pen­sa­re una so­cie­tà del con­fron­to che sia rea­le e non fon­da­ta esclu­si­va­men­te sul con­sen­so, in cui le idee non pro­li­fe­ri­no in “pen­sie­ri uni­ci” vei­co­la­ti ve­lo­ce­men­te dai no­stri smart­pho­ne a chi la pen­sa già come noi, ma evol­va­no nel­l’in­te­ra­zio­ne con gli al­tri.

Re­si­ste­re deve si­gni­fi­ca­re oggi per un gio­va­ne del Sud ri­ma­ne­re (o ri­tor­na­re) nel­la pro­pria ter­ra non per con­tin­gen­za, ben­sì per scel­ta. Tro­va­re que­sto co­rag­gio non solo nel sole o nel­la ca­lo­ro­si­tà del­la no­stra gen­te, ma nel­la fer­ma con­vin­zio­ne che an­che qui si pos­sa ave­re un fu­tu­ro con­cre­to. Re­si­ste­re si­gni­fi­ca lot­ta­re af­fin­ché que­sto luo­go di­ven­ti mi­glio­re, pur ri­co­no­scen­do­ne l’i­den­ti­tà im­mu­ta­bi­le e le sue pe­cu­lia­ri­tà.
Re­si­ste­re per un gio­va­ne d’og­gi deve vo­ler dire non smet­te­re di so­gna­re, co­niu­ga­re di­sin­can­to e co­rag­gio: quel­lo di met­te­re in di­scus­sio­ne tut­to non fa­cen­do ma­ce­rie del pas­sa­to, ma in­ter­pre­tan­do il sen­so del­la sto­ria per vi­ve­re il pre­sen­te.

Re­si­ste­re non deve vo­ler dire ne­ces­sa­ria­men­te spo­sa­re una cau­sa o un par­ti­to po­li­ti­co (sia esso anti o filo go­ver­na­ti­vo), ma com­pren­de­re che la no­stra li­ber­tà sarà tan­to più af­fer­ma­ta quan­to lo sarà la ca­pa­ci­tà d’in­ter­pre­ta­re la real­tà con lo stru­men­to del­la co­no­scen­za.

A que­sta re­si­sten­za sia­mo chia­ma­ti tut­ti, an­dan­do al di là del­le ideo­lo­gie. A fare il re­sto pen­se­rà la de­mo­cra­zia, che lun­gi dal­l’es­se­re am­ma­la­ta, se usa­ta in ma­nie­ra con­sa­pe­vo­le ri­ma­ne an­co­ra oggi il mi­glio­re stru­men­to per con­sen­tir­ci an­co­ra una vol­ta di usci­re a ri­ve­der le stel­le.

© Sicilian Post 04 settembre 2018

Speciale Workshop

Il giornalismo che verrà - La Sicilia

«Quattro giorni intensi e inattesi». Così, Paola, dottoranda alla Normale di Pisa, descrive il Workshop nazionale di giornalismo tenutosi a Catania dal 27 al 30 settembre. Il laboratorio ha visto 30 giovani, provenienti da sette atenei italiani, dialogare e lavorare proficuamente con direttori di giornali e inviati di testate nazionali, con fotoreporter e con giornalisti impegnati nel “desk”.